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Integrazione europea e cessione di sovranità: l’esempio dell’ECDC durante la prima ondata di COVID-19

A cura di Alessandro De Bernardis

L’integrazione europea deve necessariamente avere una ricaduta diretta nella vita quotidiana dei cittadini dell’Unione. E sì, non può prescindere dalla cessione di una parte di sovranità da parte degli Stati membri.

In ambito sanitario, il caso più emblematico al riguardo è rappresentato dalla gestione della prima ondata della pandemia COVID-19 da parte dell’ECDC, lo European Centre for Disease Prevention Control. Si tratta di un’agenzia indipendente dell’Unione europea che ha lo scopo di rafforzare la capacità di risposta dei Paesi membri nei confronti delle malattie infettive. Ha sede a Stoccolma e nel corso di un periodo di tempo relativamente limitato – è stato infatti fondato nel 2005, il che già di per sé la dice lunga, tanto sulla disponibilità intrinseca degli Stati a cedere parte della propria sovranità sui temi di controllo, quanto sulle croniche difficoltà che l’igiene e la prevenzione sanitaria riscontrano nell’essere percepiti come fondamentali dai decisori – è riuscito in realtà a compiere buoni progressi nella creazione di una rete di sorveglianza delle malattie infettive in Europa e nella diffusione delle informazioni relative. Comprende i 27 Stati membri dell’UE e tre dei quattro membri dell’Associazione europea di libero scambio, vale a dire Norvegia, Liechtenstein e Islanda.

Facendo un tuffo indietro di due anni abbondanti e tornando con la mente al 2020 ci troviamo ad analizzare quello che è stato uno dei momenti più difficili della giovane storia di questo ente, che è coinciso con il periodo in cui sarebbe stata essenziale la sua massima efficienza: la prima ondata della pandemia. Disclaimer completamente personale, che utilizzo come premessa di quanto analizzeremo in seguito: le inefficienze non sono colpa né dell’ECDC, né della struttura tecnica, che hanno svolto un lavoro eccezionale portando avanti i propri compiti in maniera incredibilmente tenace e innovativa. Basti pensare che l’ente è riuscito perfino a lanciare un podcast su tutte le piattaforme di streaming in cui si parla di epidemiologia , ottenendo peraltro ottimi risultati in termini di ascolto. Il problema è che l’ECDC ha agito in un sistema molto complesso in cui attori politici, sanitari e tecnici si sono immersi in un campo inesplorato con verosimili mancanze normative e vuoti di potere.

Mi permetto di aiutarmi, osservando quanto accaduto in questi anni principalmente su internet, provando per quanto possibile a entrare nell’ottica del cittadino comune che in fase di emergenza è sommerso da informazioni contrastanti e avrebbe bisogno che le  istituzioni fornissero indicazioni precise e univoche.

A livello comunicativo, relativamente alla pandemia, l’ente ha creato un vasto database che si è occupato e continua tuttora ad occuparsi principalmente di:

  • Updates
  • Weekly country reviews
  • Risk assessment
  • Vaccine Tracker

Sono state poi fornite e costantemente aggiornate Q&As sui principali fatti di interesse collettivo riguardo alla pandemia (Basic facts, Travelling, Prevention, Medical informations, Children aged 1-18 and school settings), infografiche, video, informazioni tradotte nelle 26 lingue ufficiali dell’Unione, evidenze scientifiche, sorveglianza sanitaria. 

Nel maggio 2020, il Lancet ha pubblicato un articolo ad opera di due ricercatori dell’Institut Barcelona d’Estudis Internacionals dal titolo “Where are the ECDC and the EU-wide responses in the COVID-19 pandemic?” [1]. Si tratta di un articolo abbastanza critico circa la gestione centralizzata dell’emergenza pandemica, che sostanzialmente conclude – banalizzo e brutalizzo, chiedo perdono – che non c’è stata o comunque non è stata efficace come poteva nella prima fase.

Viene innanzitutto messo in correlazione l’aspetto legale dell’ECDC con quello del suo corrispettivo statunitense CDC, in quanto l’ente del vecchio continente vi si è ispirato senza però accompagnare la sua creazione all’attribuzione di poteri comparabili con quelli del CDC (60 milioni di euro annui stanziati dall’UE nel 2020 per l’ECDC, contro gli 8 miliardi di dollari degli Stati Uniti per il CDC [2; 3]; con 271 dipendenti contro i 10.796 dell’ente americano [4; 5]). Posta questa importante tara, è necessario sottolineare che l’ECDC è stato istituito all’interno di un sistema di leggi statali e di singoli istituti e agenzie di sanità pubblica nazionali che hanno elaborato piani pandemici inconsistenti [6] e che hanno sostanzialmente bloccato il possibile sviluppo di piani comuni europei [7]. In questo studio viene evidenziato come nel gennaio 2020 gli Stati membri non abbiano rilevato la necessità di coordinare le risposte nei confronti dell’epidemia nascente in conseguenza di un’evidente sottostima di ciò che stava accadendo. E il rapido aggravarsi dell’emergenza ha rappresentato un altro ostacolo alla definizione di una risposta comune, in quanto i singoli Paesi hanno pensato unicamente a dare risposte immediate ai bisogni interni.

La mancanza di coordinamento è poi risultata ancora più evidente quando i Capi di Stato e di Governo hanno provato in ogni modo a legittimare le posizioni degli esperti ingaggiati a livello nazionale, in assenza di un’infrastruttura sovranazionale e meta-analitica. L’advisory panel della Commissione Europea, infatti, è stato costituito dagli Stati membri solo il 16 marzo 2020 [8] e il suo ruolo non è stato sicuramente predominante rispetto a quello degli esperti nazionali. 

L’approccio unitario ad opera dell’ECDC alla pandemia COVID-19 non è stato del tutto posto in essere in quanto le strutture di emergenza non erano state costruite, né era stata implementata davvero una EU medical stockpile, come deciso dalla Commissione nel marzo 2019 [9], fino a che l’11 marzo 2020 l’OMS non ha dichiarato il Coronavirus pandemia e diversi Stati membri hanno trovato difficoltà nell’acquisto dei dispositivi medici necessari (Italia compresa) [10].

La risposta che ha potuto fornire l’ECDC nella prima fase dell’emergenza pandemica è stata quindi fatalmente limitata, principalmente per problemi logistici e di scelte politiche dei diversi Paesi. Poi è migliorata nei mesi successivi, attraverso l’elaborazione di linee guida comuni [11], report periodici e altre attività tipiche di un ente di sanità pubblica citate all’inizio.

Nel campo sanitario, quello sarebbe dovuto essere il momento in cui poter effettivamente armonizzare le singole risposte statali. Chi mai si sarebbe opposto a un intervento incisivo di un ente – ancorché indipendente – dell’Unione, quando si trattava letteralmente della vita delle persone?

È però sempre più evidente, in questo come in altri campi d’azione dell’UE che, senza una progressiva cessione di potere da parte degli Stati membri e delle singole autorità nazionali, sarà difficile giungere a un’efficacia reale dei meccanismi di azione comunitaria. Lo pensiamo sempre relativamente a temi economico-finanziari e, qualche volta, a quelli politici e di sicurezza. Ma questo esempio ci dimostra come, anche nell’ambito sanitario, una sempre maggiore integrazione europea sia fondamentale.

Riferimenti:

[1] Where are the ECDC and the EU-wide responses in the COVID-19 pandemic? Jacint Jordana and Juan Carlos Triviño-Salazar – Lancet. 2020 23-29 May; 395(10237): 1611–1612. Published online 2020 May 13.

[2] US Centers for Disease Control and Prevention Budget overview, 2020. Feb 11, 2020. https://www.cdc.gov/budget/documents/fy2020/fy-2020-cdc-operating-plan.pdf

[3] European Centre for Disease Prevention and Control Budget statement of revenue and expenditure of the European Centre for Disease Prevention and Control for the financial year 2020 (2020/C 107/05) March 31, 2020. https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/ECDC-annual-budget-2020.pdf

[4] FederalPay Centers for Disease Control and Prevention salaries. 2018. https://www.federalpay.org/employees/centers-for-disease-control-and-preventn/2018

[5] European Centre for Disease Prevention and Control Annual report of the Director—2018. June 28, 2019. https://www.ecdc.europa.eu/en/publications-data/annual-report-director-2018

[6] Jacobson P. The role of networks in the European Union public health experience. J Health Polit Policy Law. 2012;37:1049–1055.

[7] Rhinard M. European cooperation on future crises: toward a public good? R Policy Res. 2009;26:439–455.

[8] European Commission Commission Decision of 16.3.2020 setting up the Commission’s advisory panel on COVID-19. March 16, 2020.

[9] European Commission Commission Implementing Decision (EU) 2020/414 of 19 March 2020 amending Implementing Decision (EU) 2019/570 as regards medical stockpiling rescEU capacities. March 19, 2020.

[10] European Commission COVID-19: Commission creates first ever rescEU stockpile of medical equipment. March 19, 2020.

[11] Islam MS, Rahman KM, Sun Y, Qureshi MO, Abdi I, Chughtai AA, Seale H., Infect Control Hosp Epidemiol. 2020 Oct;41(10):1196-1206. doi: 10.1017/ice.2020.237. Epub 2020 May 15.

La “corsa” per un lavoro: l’altra faccia della pandemia

A cura di Elia Baglio

  1. CONSIDERAZIONI SULLO SVILUPPO DEL LAVORO NEL MONDO DEL DELIVERY NEL PERIODO DELLA PANDEMIA

La pandemia ha completamente stravolto le nostre esistenze. Mezzi di trasporto fermi e strade deserte: poche immagini per capire che il mondo si è a più riprese fermato per arrestare l’avanzata di quella che può essere definita la crisi più prepotente della storia.

In poco tempo sono state registrate innumerevoli procedure fallimentari e numerosi lavoratori hanno perso il proprio impiego. Provvedimenti come quello del blocco dei licenziamenti, messi a punto dal Governo italiano, sono presto intervenuti per scongiurare una apocalisse del mercato del lavoro. In questo contesto, tuttavia, stava nascendo qualcosa di nuovo.

Le persone costrette in casa hanno iniziato a lavorare da remoto e le amministrazioni sia pubbliche che private, hanno fatto ricorso allo smart working,  una delle principali novità che hanno accompagnato la pandemia, dall’impatto estremamente rilevante sul modo di vivere, con effetti positivi da diversi punti di vista. Un nuovo modo di pensare il lavoro, più  ecosostenibile, dal momento che la maggior parte della popolazione non doveva spostarsi, riducendo così drasticamente l’inquinamento.

Le nostre abitudini sono state modificate da strumenti per molti nuovi. L’e-commerce ha consentito di fare acquisti da casa con un semplice click dal proprio dispositivo e, di conseguenza,  con la crescita  esponenziale del settore, i grandi colossi hanno incrementato le assunzioni di figure professionali come i rider, che continuano a sfrecciare per le vie delle nostre città per effettuare consegne  a domicilio. Secondo i report INPS, nel 2019 i rider in Italia erano 11.000, mentre nel 2020 sono diventati circa 60.000.  

Il protrarsi della pandemia e di tutte le conseguenze sull’organizzazione della società che questa ha portato con sé ha determinato l’emergere di diverse problematiche contrattuali connesse a questa figura, che sono oggi oggetto di discussione da parte di istituzioni, sindacati, partiti e associazioni.

  1. LA TUTELA DEL LAVORATORE POST PANDEMIA

Ad oggi, la categoria dei rider è inquadrabile in un contratto di lavoro di tipo autonomo, anche se sono state poste in essere – e vinte multis sent. n.1663/2020 della Corte di Cassazione, sent. n. 3570/2020 del Tribunale di Palermo – diverse azioni legali volte a ottenere la tutela del lavoro e il riconoscimento di un rapporto di natura subordinata.

Il 3 novembre 2020, nonostante le sentenze, il sindacato UGL ha siglato un contratto collettivo con Assodelivery, che conferisce una prima forma di tutela ai rider, prevedendo  in particolare compensi minimi e indennità integrative per condizioni specifiche di lavoro, fornitura gratuita di dotazioni di sicurezza, formazione specifica, coperture assicurative sia contro gli infortuni sia per danni a terzi, compenso minimo pari a 10€ per ora lavorata. Tale contratto prevede però che i  rider rimangano inquadrati come lavoratori autonomi.

Ne è seguita una dura e severa critica da parte di CGIL, CISL e  UIL, che hanno anche intrapreso azioni legali al fine di rivendicare l’elemento della subordinazione. Secondo l’UGL, al contrario, l’autonomia risulta essere fondamentale quando si tratta di questo tipo di figura professionale. È opportuno evidenziare che il contratto siglato dall’UGL, non ha assunto il ruolo di CCNL, poiché non siglato per l’appunto dai sindacati maggiormente rappresentativi.

È facilmente prevedibile che, nonostante la precarietà in cui versano le  figure operanti nel settore e l’incertezza del loro futuro lavorativo nel post pandemia, gli utenti non cesseranno di ricorrere alle piattaforme per acquisti online. L’incremento di questo tipo di acquisti porterà le aziende di delivery e i colossi dell’e-commerce ad aumentare la propria capacità produttiva; tale incremento, tuttavia, sarà tanto rilevante da non consentire oggi di prevedere se le aziende saranno o meno in grado di mantenere standard di efficienza costanti. Le stesse imprese, dunque, potrebbero andare incontro a crisi aziendali che inevitabilmente si ripercuoterebbero sui lavoratori.

È necessario domandarsi adesso che ne sarà di questi contratti, di questi lavoratori, delle loro famiglie, dal momento che, qualora rimanessero effettivamente lavoratori autonomi, l’eventuale perdita del posto di lavoro non sarebbe compensata da alcun ammortizzatore sociale. Non è presto per parlarne!

  1. CONCLUSIONI

Ad oggi, l’assenza di ammortizzatori sociali specifici per la categoria dei rider rappresenta un danno molto grave per decine di migliaia di famiglie di lavoratrici e lavoratori italiane che, in caso di licenziamento, si vedrebbero costretti a fare richiesta di reddito di cittadinanza (RdC) come unica soluzione palliativa e non sempre compatibile (alcuni rider potrebbero essere soggetti non idonei a ottenere il Rdc). L’Italia è pronta a fronteggiare tale emergenza? 


È fondamentale disegnare politiche ad hoc per gli operatori della gig economy, al fine di gestire di gestire in modo organico gli incentivi, le tutele, i sussidi e le misure di previdenza sociale per l’intera categoria, così da impedire l’avvento di una nuova forma di caporalato.

Simone Biles: la forza della fragilità

A cura di Matteo Martignani

Si sono concluse da poco le Olimpiadi di Tokyo. Queste Olimpiadi rimarranno nella memoria collettiva degli italiani per le splendide 40 medaglie, tra cui 10 d’oro che l’Italia multietnica ha fatto proprie con emozione, tenacia, unità e senso di appartenenza.

Speriamo che molti ricorderanno anche le parole di denuncia di Simone Biles, la ginnasta “più grande di tutti i tempi”. All’inizio dei Giochi, colpita dal pesante fenomeno dei “twisties”, ha sospeso la propria partecipazione alle gare affermando di voler dare priorità alla sua salute mentale. È poi tornata in pedana per la finale di specialità alla trave, in cui è peraltro riuscita, lasciando il mondo sbalordito, a salire sul podio.

Quanta umanità nelle parole e nella storia di Simone Biles! Il pubblico aveva avuto modo di conoscerla come atleta “invincibile” a Rio de Janeiro e, come per tutti i grandi dello sport, aveva pensato che lei fosse una supereroina, negandole così di fatto, senza rendersene conto, il diritto a provare ogni tipo di emozione negativa o problematica.

A Tokyo Simone ha scosso il torpore delle coscienze, senza che i media come spesso accade (lo eliminerei) mettessero debitamente in risalto il suo racconto.

Peraltro, non si può escludere che una parte delle difficoltà che oggi incontra sia dovuta agli anni di abusi subiti dall’ex osteopata della nazionale statunitense di ginnastica artistica Larry Nassar: un caso emerso nel periodo del “Me Too”, facendo venire alla luce tutto l’orrore che si celava dietro le perfette performance internazionali delle ginnaste migliori del mondo.

Oggi le problematiche mentali sono ancora sinonimo di solitudine: si cerca di negarne l’esistenza o di farle cadere nell’indifferenza o si sostiene che coinvolgano poche persone disadattate o avulse dal contesto sociale. Così nemmeno se ne parla, ghettizzando una condizione sempre più diffusa e alimentando un circolo vizioso di scarsa conoscenza e diffusa disinformazione.

In realtà, tali problematiche coinvolgono molte più persone di quanto si pensi. Anzitutto le fragilità mentali non sono tutte uguali: come nelle altre patologie, esistono forme più o meno gravi. Spesso dimentichiamo che le persone con disturbi di questo tipo sono esseri umani con la propria storia, i propri affetti, il proprio background e i propri sogni, che lottano ogni giorno per conquistare una presunta “normalità”, spesso celando al mondo i propri malesseri.

Per questo, oltre ai trionfi sportivi meritati dell’Italia, dobbiamo ricordarci che queste sono state anche le Olimpiadi di Simone Biles, che ha avuto il merito di portare questo argomento all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Qualcuno penserà che si tratti dell’ennesima forma di debolezza pubblicizzata; al contrario, questa atleta ha mostrato a tutti l’importanza di parlare apertamente di questi temi, di abbattere lo stigma, di fare informazione e di promuovere l’approfondimento di fenomeni così complessi. 

La sua, infine, non può e non deve restare “una voce che grida nel deserto”, ma deve rappresentare un passo avanti verso una consapevolezza diffusa, verso una cultura della comprensione e dell’inclusione.

Come FutureDem ci stiamo impegnando con un apposito progetto, al fine di dare voce alle tante Simone Biles che non hanno un podio internazionale dal quale raccontare la propria storia, affinché nessuno, ma proprio nessun cittadino, rimanga indietro o si senta solo.

Le “classi pollaio”: un problema sempre attuale?

È attualmente in corso un grande dibattito sulla ripartenza della scuola in presenza e in sicurezza: una priorità che va perseguita con la massima determinazione. Proprio in questa direzione va il decreto legge emanato da pochissimo, il 6 agosto.

Nei prossimi mesi sarà importante cogliere la sfida della riorganizzazione imposta dalla pandemia, per provare a risolvere in modo strutturale alcune grandi problematiche, prima fra tutte quella del sovraffollamento delle classi. La questione ha costituito un problema cruciale fin dai primi tentativi di ritorno in presenza: un numero così alto di studenti nelle aule italiane, com’è ovvio, impedisce di garantire un appropriato distanziamento tra i banchi, nonché, più in generale e da prima della pandemia, una didattica personalizzata e attenta ai bisogni di ciascuno.

Numerosi tentativi di riforma della scuola hanno provato a intervenire su questo fronte, in favore di una didattica più personalizzata e a piccolo gruppo che favorisse un apprendimento più significativo, ma questo resta ancora un obiettivo ambizioso. Un obiettivo il cui raggiungimento potrebbe forse essere agevolato da un uso intelligente e integrato dei dispositivi digitali, ma che appare ancora di difficile realizzazione proprio in considerazione di aule scolastiche che contano decine di studenti.

La relazione educativa, per potersi instaurare in modo autentico, ha bisogno che le persone e i collettivi (la scuola, la classe, il gruppo genitori) siano messi al centro dell’esperienza formativa. Questo significa dare valore a ogni singolo componente della comunità scolastica, ascoltarne le aspirazioni e i desideri, fornire gli strumenti per poterli raggiungere e garantire formazione. In un tempo di esplosione di nuove diseguaglianze – che richiede un piano straordinario per ridurre il più possibile i divari strutturali che caratterizzano la società – e di emergenza psicologica – che rende sempre più urgente la necessità di ascoltare maggiormente le persone e i loro bisogni – un piano per portare in modo permanente il numero di studenti per classe sotto quota 20 pare non più rimandabile.

Questa sfida pone certamente un tema di spazi, che non si risolverà se non smetteremo di relegare la formazione ai tradizionali luoghi del sapere: su questo punto, il Piano Scuola prova a dare una prima risposta, che, se portata avanti nel lungo periodo, potrebbe condurre all’individuazione in ogni territorio di numerose strutture, anche dismesse, da poter ripensare per ospitare le attività scolastiche. In questo quadro, anche il digitale dovrà essere ripensato e integrato: si consideri che persino i più prestigiosi atenei del mondo prevedono un passaggio strutturale a un’offerta formativa mista al 50% (fonte 2021 edX Impact Report).